mangiare a londra tipi di cucine in soli tre giorni

A Londra puoi mangiare tutte le cucine del mondo in soli tre giorni

Fidatevi, ve lo dice una che c’è appena stata e ha mangiato-di-tutto.

Londra e il linguaggio universale del cibo

Nell’epoca coloniale, gli scambi commerciali e culturali hanno permesso sia alle colonie che all’Inghilterra di fondere le loro storie creandone una nuova, dove non esiste più una scissione netta, dove non ci sono identità culturali che eliminano le altre. Ognuna porta con sé un pezzo dell’altra, annullando i divari spaziali che naturalmente esistono grazie ad un unico linguaggio comune, simbolico ed universale in grado di raccontare infinite storie: il cibo. 

Il cibo è il denominatore comune di tutte le nazioni, di ogni famiglia, ed ognuna si esprime a proprio modo cucinando.

Ma ovunque tu sia, qualsiasi cosa mangerai, sarai sempre in grado di immaginarti uno scenario parallelo con luoghi, persone e le loro storie senza aver bisogno di ulteriori didascalie. 

Potrai farlo infinite volte, con ogni singolo piatto di ogni parte del mondo.

A Londra trovi tutto questo: le persone mangiano molto spesso fuori casa, e non hanno bisogno di fare progetti con anticipo qualcosa di diverso, per mangiare qualcosa di speciale. È più che comune trovare in una stessa via un ristorante tradizionale indiano, thailandese o coreano e pochi metri più avanti un fast food.

Londra è una sorta di portale che ti trasporta in qualunque parte del mondo, dove troverai sempre quel qualcosa che potrà rappresentarti e questa città ti permetterà di conoscere ogni scorcio di mondo visitando un solo luogo, sentendoti confortato come se fossi a casa.

I suoi mercati sono immensi, ricchi di oggetti assurdi e di cibi mai visti prima: una passeggiata al mercato di Portobello Road sa cambiarti la prospettiva, il modo di vedere la cultura più nascosta tra i vicoli delle città. 

Sa riportare alla memoria il ricordo di oggetti del passato, di profumi e odori di una cucina dimenticata o mai vista prima. 

È così che ho scoperto dei ravioli al vapore, con una salsa di pomodoro, peperoncino e peperone, con su dell’erba cipollina, dalla bancarella del cibo Himalayano. 

E non mi sono fatta sfuggire nemmeno l’hot-dog: la richiesta era chiara “tutte le salse e tutti i condimenti, grazie”. 

Il tempo è prezioso, ed è sempre meno di quel che serve: in tre giorni non si possono mangiare davvero tutti i cibi del mondo. È vero però che puoi scoprirli. 

In Italia è poco comune mangiare cibo etnico nella quotidianità: si è molto più legati ai sapori dell’infanzia, dell’abitudine, e uscire dalla zona di comfort è un extra, non la consuetudine. È un qualcosa che si fa nel tempo libero. 

A Londra non è così: come dicevo poco fa, è tanto comune mangiare il cibo etnico come mangiare il cibo di casa propria. 

C’è molto da imparare da questa città: la vera evoluzione gastronomica non sta solamente nei laboratori, nelle cucine, nell’affinamento della tecnica e nell’abbinare i gusti. Sta anche e soprattutto nell’apprezzare, riconoscere e vivere quelle culture gastronomiche ad un passo da noi. 

La mia mappa gastronomica londinese

Sono infiniti i luoghi in cui mangiare a Londra, è vero, ma qui posso mostrarti quel che ho potuto provare sulla mia pelle in questa città, senza ispirarmi a quel che è consueto fare, senza seguire un itinerario predefinito. 

Posso mostrarti una mappa gastronomica che vive nel cuore della città e che la rispecchia. 

Mi permetto di svelarti un segreto: non si mangiano solo tea and scones, fish and chips e porridge. 

Te ne svelo un altro: chi dice che a Londra si mangia male mente. 

Colazione da Gail’s Bakery

Se li sfidi è guerra persa: la colazione inglese è Bibbia. In particolare, lo è da Gail’s Bakery: è una catena di bakeries, un concetto vicino alle classiche panetterie italiane ma molto più simile ad un bar.

Le bakery hanno una parte dedicata alla vendita di pane, prodotti da forno sia dolci che salati e un frigo a parte con cibi pronti da portar via e succhi (da soli due ingredienti, concentrato di frutta e acqua). Alla cassa puoi infine ordinare una colazione fatta sul momento: cereali e avena, pancakes, e toast. 

Mio malgrado ho scoperto questo posto solo dopo aver fatto la colazione del primo giorno. Mi aveva affascinato già dalla vetrina, con una fila interminabile. Entrando, si trova una vetrina di prodotti da forno dolci: cinnamon buns, muffin, croissants, babka o anche bagel, panini, torte salate, sfoglie

L’avocado toast lo si vede ovunque, è sicuramente mainstream ma è incredibilmente buono: pur avendo una consistenza burrosa, che è generalmente spiacevole al palato, ha un sapore molto delicato e intensifica i sapori di quel che accompagna. Servito con la sriracha, riceve una nota di sapore più intenso. 

In questa bakery producono in proprio il loro pane con lievito madre: al suo interno è molto morbido e profumato, mentre al suo esterno ha una crosta inconfondibile. Nel cartone animato Ratatouille, Colette dice a Linguini che il pane buono lo si riconosce dal suono della crosta. E la crosta non mentiva. 

Lo stesso pane viene utilizzato come crostino per accompagnare le loro “Eggs and Bacon”: uova al tegamino con bacon croccante. Albume soffice, tuorlo morbido (il pane d’accompagnamento assolutamente non richiamava la scarpetta) ed un velo di formaggio sopra, che crea una crosticina. Le migliori mai mangiate in un qualsiasi bar, albergo o ristorante. 

È doveroso dedicare una parentesi a tutta la sezione pasticceria. 

I Cinnamon Buns: ispirati ai celebri Cinnamon Rolls, una brioche preparata con la base del croissant coperta di burro, zucchero e cannella, arrotolato e cotto nello stampo dei muffin. 

Ha quindi una forma molto simile a quella di un cupcake e tutti i connotati di un Cinnamon Roll sfogliato. Ricoperto poi di zucchero diventa un prodotto iconico, un must have che rende la mattina migliore (anche se è domenica e sei sveglio dalle sette, ed ogni riferimento è puramente casuale e non relativo ad accadimenti reali, giuro). 

L’unica pecca per me non trascurabile è il caffè: non è colpa di Gail’s, ma a Londra è introvabile (o quasi, presta attenzione).

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Tappa fissa: cibo indiano a regola d’arte da Masala Zone, Covent Garden

Il cibo indiano è nel DNA gastronomico inglese. 

Ci sono infinite catene, o piccoli ristoranti che rispettano la cucina tradizionale. 

Qualunque zona di Londra tu stia visitando, troverai vicino a te almeno un ristorante indiano, il cui cibo viene concettualmente preparato in maniera completamente differente rispetto a ciò a cui siamo abituati.  Nel mio caso, girando per Covent Garden scorgo Masala Zone. Decori tipicamente orientali, con drappi e tende colorate tutt’attorno: un ambiente tranquillo, sofisticato ed accogliente. Qui ci offrono il loro Piña Colada nell’attesa di ordinare. 

La scelta giusta è il Thali: un piatto indiano tutto da scoprire

Per chi non l’ha mai provato può essere difficile destreggiarsi: la scelta che consiglio di fare, che permette di assaggiare i piatti principali della gastronomia indiana, è il Thali. 

Il Thali è un piatto unico con diversi condimenti ed una porzione di riso al centro: si può scegliere la base di pollo, gambero, verdure e agnello. 

Mi ha colpita un thali in particolare, quale comprendeva:

– un curry di gamberi 

– patate speziate,

– dal di lenticchie,

– il raita: una salsa di yogurt greco, menta, coriandolo, zenzero, lime e cetriolo

– una crema di broccoli, 

– un battuto di coriandolo 

 – uno chutney di mango, 

– un papad, un pane molto sottile e croccante.

In seguito, un curry di butter chicken ed un biryani di pollo, preparato con riso basmati cotto con delle verdure, pollo, spezie e latte di cocco. Per accompagnare ogni portata, il naan all’aglio ed al formaggio. Il Thali era completo, con sapori molto ben definiti, speziato ma non stucchevole. La varietà di sapori era equilibrata dall’acidità del raita e dalla dolcezza del chutney di mango. 

Il curry può risultare particolarmente piccante per chi non lo apprezza; per il mio palato non lo era. Per questa ragione ogni pietanza è indicato il grado di piccantezza. Il pollo, invece, era molto morbido e saporito. Il naan è il perfetto alleato per la scarpetta di rito. Va detto.

Il menù era vario quanto complesso: i piatti sono ricchi di ingredienti che non siamo soliti usare nella quotidianità, molti probabilmente non li abbiamo mai sentiti nominare. Ma è bastato lasciarsi guidare dal personale per trovare il giusto compromesso. 

Trovarsi a casa: Locanda Locatelli

Era ormai sera tarda: la giornata era stata intensa, avevamo visitato mezza Londra a piedi e la stanchezza iniziava a fare capolino. Ma avevamo prenotato e la curiosità era troppa. 

Dopo una giornata di comunicazione in inglese, dove si è abituati a parlare la propria lingua solo con i compagni di viaggio, puoi immaginare quanto sia sconvolgente entrare in un posto dove ti accolgono dicendoti “Ciao”? 

Alla reception è bastato che leggessero il mio nome nella prenotazione: un “come va?” prima di accompagnarci al tavolo ed è qui che è iniziato il viaggio. 

Non mento se dico che è stato un viaggio, poiché sin dall’accoglienza si percepiva quel non so che qualitativo che dava una marcia in più a questo ristorante. Si percepiva quel sentore di casa, di affetto nei confronti dell’Italia che incontra l’eleganza inglese. 

La locanda dello chef Giorgio Locatelli, ristorante da una stella Michelin è come un’oasi nel deserto, situata a 8 Seymour Street, Marylebone. 

Ha uno stile moderno ed accogliente, caratterizzato da un menù inaspettato: forse perché essendo a Londra, in fondo, mi aspettavo che nel menù di un ristorante italiano avrei trovato qualcosa di scontato, in rappresentanza dei classici sapori.

Si trova invece un menù studiato, ricco di tecnica e di cura nei dettagli: nel piatto, nel servizio e verso il cliente. Gli abbinamenti sono basati sullo stile italiano ma si adattano al palato inglese: molti ingredienti hanno provenienza locale, come ad esempio la sogliola di Dover

Ha anche una sezione dedicata alle varianti vegane, i cui piatti sono elaborati e ricchi di ingredienti saporiti. Viene portata una carta dei vini, in cui nella prima pagina è disegnata una carta geografica dell’Italia, quale suggerisce la provenienza e l’ordine in cui i vini saranno presentati. In alternativa, il sommelier sarà comunque lì per prestare consulenza e consigliare l’abbinamento più indicato al percorso gustativo scelto. 

Ci portano la loro selezione di pani accompagnata da un olio color verde smeraldo e dal sapore intenso. 

Il primo antipasto era una tartare di manzo e sedano con un una maionese di peperoni ed una cialda di polenta. Il gioco di consistenza tra la morbidezza della tartare e il croccante della cialda rendeva il piatto estremamente piacevole e delicato. 

La maionese di peperone dava uno sprint, rendendo i sapori più decisi. 

Il secondo antipasto era un’insalata di seppie e piselli

Al nome dava l’impressione di essere molto leggera e delicata.

Arrivato il piatto al tavolo si è rivelato essere una piacevole sorpresa: si sviluppava in altezza con valeriana e scorza di limone, al di sotto la seppia a tagliatella su una vellutata di piselli freschi. 

Accanto, una cialda di nero di seppia.

 Tutti gli elementi insieme rendevano il piatto molto fresco e leggero, delicato ma non per questo privo di sapore. Un piatto che ricordava molto l’estate. 

Il primo antipasto aveva un sapore più deciso, ma entrambi erano ben fatti, equilibrati e con ingredienti freschi. 

Tra gli antipasti era proposto anche il culatello di Zibello servito con lo gnocco fritto: la scelta del culatello sottolinea la cura nella scelta degli ingredienti. 

I primi piatti erano puro comfort food: 

la prima portata era di fagottini ripieni di ricotta e borragine su un pesto di noci e rifinito con borragine e salvia croccanti

Il pesto di noci era ricco di sapore, si accompagnava perfettamente ai fagottini che a me ricordavano molto la pasta fatta in casa. 

La salvia e borragine croccanti intensificavano la nota aromatica caratteristica del piatto. 

Il secondo primo era una calamarata in guazzetto di gallinella di mare, peperoncino e mandorle. Il guazzetto era molto saporito e umami, la nota del peperoncino era appena percettibile e non invadente, e le mandorle davano maggiore consistenza. Lodevole. Anzi, due. Riconferma quella nota di comfort con delle tagliatelle al ragù di capretto. Senza neanche assaggiare, l’odore già risultava intenso e persuadente.

Passiamo ai secondi:

Come portata principale, maialino arrosto con purè di patate, mela Granny Smith caramellata e salsa di mandorle. 

La carne era succosa, morbida ed avvolta da una crosticina saporita. È un piatto in cui prevale il sapore dolce, quest’ultimo smorzato dalla mandorla. 

Ottimo il puré (anche lui nella scuderia-scarpetta) e la mela caramellata dalla consistenza fondente. Uno dei piatti migliori che io abbia mai mangiato. 

In ultimo, il dessert:

Il “Pick me up”, una versione rivisitata e più leggera del tiramisù, con una spuma di mascarpone che andava a rimodernare la stratificazione solita del dolce. Essendo stata una cena ricca di sapori altalenanti, dal più leggero e sofisticato al più intenso, il tiramisù potrebbe risultare il dolce meno indicato per concludere. 

Ma questa versione permette di avere un dolce al cucchiaio dalla consistenza impalpabile e che non risulta stucchevole. A concludere, un caffè che sa di caffè, e come ho sottolineato è quasi un’impresa a Londra. 

Concludendo, la Locanda Locatelli è il perfetto connubio tra la classe e l’innovazione che ci si aspetterebbe da uno stellato e il calore confortante dell’Italia.

Non a caso è il rifugio degli italiani a Londra, che indipendentemente dalla ragione per cui si trovano lì hanno bisogno del sentore di casa.

L’unico tratto a cui bisogna far particolare attenzione è la disponibilità: è stato complesso trovare un tavolo, tant’è che c’era posto solo quel giorno alle 22:30 o quattro giorni dopo. Quindi, bisogna prenotare con sufficiente anticipo. 

British mood: Gordon Ramsay’s Savoy Grill

La cucina inglese pura non ha un’impronta evidente nel panorama gastronomico. Eppure, molti chef inglesi sono tra i migliori riconosciuti nel loro campo, e tra i più celebri del mondo si fa sentire a gran voce il nome di Gordon Ramsey. 

La ricetta più decantata è quella del filetto alla Wellington, e arrivata all’ultima cena a Londra dovevo decidere su quale must inglese puntare: il famoso filetto o fish and chips?

Ora o mai più, filetto alla Wellington.

Il ristorante è situato all’interno dell’Hotel Savoy, a due passi da Trafalgar Square.

È uno degli hotel più famosi della storia, nonché il primo albergo di lusso mai stato costruito. 

Qui hanno lavorato, o sono stati ospitati, moltissimi dei personaggi dello spettacolo più celebri del 900, come Frank Sinatra, Marylin Monroe, Charlie Chaplin, John Wayne, Bob Dylan ed i Beatles

È un posto che sa di Belle Époque, e ricorda le colonne sonore di Midnight in Paris

La sala dava l’impressione di essere moderna rispetto all’epoca in cui era stata costruita, ma distante dallo stile attuale. 

Ci accompagnano al tavolo portandoci il menù e la carta dei vini, quest’ultima digitale. Il menù era coinciso, con piatti in cui viene prediletto l’utilizzo della carne ed in particolare gli arrosti. 

La carta dei vini era molto ben curata e ricca, ma la consultazione digitale non è l’ideale in quanto rendeva scomoda la consultazione ed il recupero del prodotto. 

Scelgo anche questa volta per antipasto la tartare di manzo: questa volta, condita con un’emulsione, che al palato lasciava la stessa sensazione di piccantezza del wasabi, cipollotto sott’aceto e tuorlo confit. 

La grana di questa tartare era più grossolana ma essendo la carne comunque molto tenera lasciava una sensazione gradevole ed un sapore interessante e complesso: acidità, piccantezza brillante, morbidezza. 

Come portata principale, il famoso filetto alla Wellington, quale viene accompagnato con la sua riduzione di vino e della cipolla in agrodolce. All’esterno la crosta di sfoglia, nella parte centrale una pasta di funghi ed il filetto. La carne interna era molto morbida, alla giusta temperatura, ed il boccone nel complesso risultava molto piacevole. 

Il Savoy riserva alcuni piatti speciali solo per il fine settimana, tra questi la sirloin arrosto, servita con il pudding

In questo caso l’arrosto era un po’ freddo, e non particolarmente saporito. Per controparte il pudding, una sfoglia salata ripiena di uno stracotto di carne aveva un sapore intenso, il che ha permesso al piatto di riguadagnare punti. Come contorno, delle verdure al forno e del purè al burro.

A concludere, una tarte tatin alle mele con gelato alla vaniglia: equilibrata e dalla consistenza soddisfacente. 

Il servizio è stato a tratti intermittente: spesso è risultato difficile attirare l’attenzione dei camerieri. 

A differenza dei primi piatti, che erano assolutamente degni di nota e piacevoli, col proseguire del servizio la qualità sembrava scemare. 

È un posto in cui vale la pena andare, ordinando i piatti giusti, ma probabilmente non ritornerei.

Se dovessi ritornare a Londra, quali altre tappe aggiungerei alla mia mappa gastronomica?

Se dovessi ritornare, visiterei altri mercati come Portobello road, mangerei più spesso cibo indiano e dedicherei una piccola tappa, ancora una volta, alla Locanda Locatelli. 

Tanti cibi diversi ed unici nel loro genere che hanno reso unico il viaggio, gli hanno dato una nota di soggettività che seguendo un percorso standardizzato, altrimenti, non avrei scoperto. 

Se fossi in te? Il mio consiglio su come intraprendere una deriva gastronomica a Londra

Se fossi in te, mi lascerei guidare dalla città stessa, ma non dai luoghi comuni.

Londra non è solo quella che si racconta, non è per forza bianca o nera. 

Londra è immensa, mutevole al punto da poterti sempre adattare; basta aprire la mappa, vedere cosa c’è nel quartiere del tuo albergo ed approfittarne per le colazioni, per gli aperitivi dopo un pit stop in albergo.

Visita i mercati, perché il cibo etnico reale puoi trovarlo solo lì, ed è un’occasione imperdibile. 

Ogni posto sa essere valido: dal carretto degli hot dog in un parco, passando per Pizza Hut fino ai ristoranti stellati, la cui nota poetica sa incantare in modo diverso in ogni luogo.

Think out of the box. Eat out of the box.

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