Delle dieci moderne piaghe d’Egitto, giusto per usare un riferimento biblico, sembra non mancare nulla: ci si aggiunge anche la crisi della CO2, dell’anidride carbonica, quella deliziosa aggiunta che piace a molti tra noi che preferiscono bibite frizzantine a quelle lisce.
Pare che in circolazione ce ne sia davvero molto poca, almeno di quella “utilizzabile”: se in Europa l’allarme è già scattato da qualche anno (vedasi, la crisi del 2018 nel Regno Unito, parzialmente rientrata, ma ne parleremo in seguito), in Italia siamo nuovi alla cosa. A lanciare l’allarme, l’azienda produttrice dell’Acqua Sant’Anna, tra i più grossi produttori in Europa. Il tono è abbastanza drammatico e – perlomeno, così dice – che a breve l’azienda sarà costretta a stoppare la produzione di acqua frizzante e derivati in bottiglia. Semplicemente, non c’è diossido di carbonio da poter utilizzare per i consumi umani.
La crisi della CO2 e gli scenari futuri
Almeno ad oggi, non ci sono sufficienti scenari alternativi in giro, quindi sembra anche abbastanza difficile prevedere cosa accadrà. Quello che possiamo fare è ripercorrere a ritroso “gli avvenimenti” e capire ‘sta benedetta anidride carbonica da dove viene, cosa ci facciamo di preciso, cosa è accaduto e accade ancora oggi. E forse – dico forse – qualche previsione possiamo farla.

Fenomenologia dell’anidride carbonica:
L’anidride carbonica, chiamata anche diossido di carbonio, è molto presente in natura: è indispensabile per la nostra sopravvivenza sulla Terra perché fa parte dei processi biogeochimici naturali. Una volta espletata la sua funzione, l’anidride finisce nell’atmosfera, contribuendo a creare l’effetto serra naturale.
Essendo incolore, inodore, insapore, se purificata a sufficienza, può essere usata in sanità, così come per l’alimentazione umana: birrifici, aziende di soft drink e di acqua ne fanno un grande utilizzo.
In ambito alimentare, la CO2 viene utilizzata principalmente per i seguenti scopi:
- Per produrre bollicine, quelle che troviamo nelle bevande analcoliche ad esempio, come in alcune di quelle alcoliche (i birrifici industriali che aggiungono manualmente l’anidride carbonica alla birra);
- Servono ad attivare il meccanismo della mescita negli spillatori di bevande alcoliche ed analcoliche dei locali;
- Ghiaccio o neve secca: la CO2 può essere trasformata e quindi utilizzata per trasportare cibi che necessitano di ambiente fresco.
- Per conservare i cibi in atmosfera modificata (esempio, panificati a lunga conservazione).
Inoltre, la CO2 viene utilizzata in una miriade di modi differenti in agricoltura, per la conservazione di certi tipi di cibi (impedisce la proliferazione dei batteri che vivono di ossigeno), ed altro ancora.

La prima crisi della CO2:
Tra il 2017 e il 2018, nel Regno Unito, ci fu una gravissima mancanza di CO2: un autentico dramma socio-alimentare. All’epoca, la Food and Drink Federation (un organo parastatale che si occupa di analizzare i consumi dei sudditi di Sua Maestà) tentò di tirare le somme e di capirne i motivi, che sono in larga parte riconducibili anche alla crisi di questi mesi.
La catena di produzione e consumo della CO2:
La prima cosa che saltò all’occhio agli esperti fu che nessuno sapeva di preciso la catena di produzione e di consumo della CO2. In forma piramidale, con la base posta in alto, è così composta:
Consumatori di CO2: Noi tutti, che ci avvicendiamo al bancone del bar, oppure che compriamo bibite in lattina o bottiglia.
Acquirenti di CO2: i microbirrifici, le piccole aziende che acquistano CO2 per far funzionare i propri spillatori, le aziende più grandi che imbottigliano acqua e quant’altro.
Fornitori di CO2: la piramide inizia ad assottigliarsi. Sono pochissime le aziende che riforniscono di CO2 gli acquirenti e tutte – dico, tutte – si riforniscono dalle medesime fonti.
Produttori di CO2: sono pochissimi impianti in tutto il mondo. Producono altro, ottenendo la CO2 come sottoprodotto utile per la commercializzazione.
Già dalla linearità di questo processo, vi risulta facile capire l’effetto domino-disastroso che si crea se si inceppa anche soltanto uno di questi meccanismi.
Come si fa la CO2?
Esistono diversi modi per produrre la CO2, ma sono relativamente costosi. Siccome si tratta di un sottoprodotto, spesso si preferisce rivendere la CO2 di buona qualità ma ottenuta come sottoprodotto. La fonte più grande di CO2 è la produzione di ammoniaca, determinante nell’agricoltura, presente nei fertilizzanti. Dalla produzione di ammoniaca si riesce ad ottenere una CO2 molto facile da utilizzare a livello industriale, con un grado di purezza elevato. In quasi tutta Europa, la CO2 utilizzata dalle aziende sembra provenire dall’ammoniaca.
Produzione di CO2 e ammoniaca:
La produzione di CO2 derivante dall’ammoniaca parte da un idrocarburo, solitamente un gas naturale. Il gas viene per prima cosa purificato, rimuovendo lo zolfo. Al gas purificato viene aggiunto vapore, con formazione conseguente di idrogeno e monossido di carbonio. Attraverso la conversione catalitica, il monossido di carbonio diventa CO2 + idrogeno. La CO2 viene separata, purificata e “liquefatta” per poi essere venduta.
So già cosa state immaginando: il costo di questi processi. Sebbene la CO2 sia un sottoprodotto dal valore relativamente basso, la quantità di energia per produrre ammoniaca e conseguente CO2 è incredibilmente grande.
Torniamo alla prima fase di crisi. Cosa accadde nel 2018 nel Regno Unito?
Regno Unito, A.D. 2018: innanzitutto, un’ondata di caldo anomalo portò gli inglesi a consumare più bevande gassate, con scorte di CO2 già finite a giugno ed una rapida “corsa agli armamenti”. Peccato che durante il periodo estivo gli impianti di produzione di ammoniaca (e quindi, del diossido di carbonio) fossero in manutenzione, come loro solito. In più, secondo i giornali di settore, già all’epoca il gas aveva subito un notevole incremento di prezzo: questi due fattori combinati fecero prolungare lo stop degli impianti di produzione, provocando la piccola crisi. Non si riusciva più ad importare e procurare anidride carbonica.
I primi a risentirne furono i birrifici: si ritrovarono costretti ad importare, con non poca difficoltà CO2 dalla Germania, con relativi costi di trasporto ingenti. Anche il settore panificazione fu in difficoltà, visto che l’anidride carbonica viene utilizzata per la conservazione dei lievitati nei loro packaging. Furono costretti ad usare altri metodi, abbassando la shelf life dei prodotti.
Cosa accade ora? Il futuro delle bollicine preoccupa l’Europa
I motivi non sono dissimili da quelli della crisi del 2018: soltanto che ad oggi la paura di restare senza “bollicine” attanaglia un po’ tutta Europa. Le problematiche sono aumentate a dismisura e coinvolgono trasversalmente sia al di qua che al di là dei confini. L’aumento dei trasporti, dei costi dell’energia, la difficoltà di approvvigionamento delle materie prime (gas naturali in primis), le difficili relazioni diplomatiche tra i Paesi hanno reso complicato il commercio internazionale, con riverberi anche su cose che ci sembrano scontate, come la presenza dell’anidride carbonica. I siti di produzione sono costretti a rallentare i ritmi ed anche a decidere di destinare ad altri usi l’anidride carbonica: anziché venderla alle industrie alimentari, ad esempio, si preferisce “cederla” all’agricoltura e alla sanità.
Non si tratta più di una “serie di sfortunate circostanze”: la produzione di anidride carbonica, in questo momento, è totalmente insufficiente alla richiesta delle aziende e, di conseguenza, si rischia di paralizzare un intero settore che probabilmente è stato sottostimato.
Scenari possibili per l’anidride carbonica. Cosa potrebbe succedere?
Guardando oltre la crisi ed il “panico da scaffale vuoto” che ci attanaglia, ci sono diverse possibili strategie da poter attuare, che coinvolgono tutta la piramide che vi ho presentato prima.
Due ipotesi: affrontare il problema dello stoccaggio e utilizzare canali alternativi per la produzione della CO2
I produttori di CO2 dovrebbero finalmente affrontare il problema dello stoccaggio: produrre più anidride carbonica durante i periodi tranquilli, per poi usufruirne nei periodi di stress. Così come le aziende potrebbero fare previsioni più lungimiranti ed accaparrarsi quanta più anidride carbonica possibile (Sant’Anna, ad esempio, dice che non ce n’è, e la comprerebbe anche a prezzi molto maggiorati).
L’altra alternativa, più lunga ma probabilmente più definitiva, sarebbe l’utilizzo di canali alternativi per creare CO2. Oltre ad ammodernamenti degli stabilimenti di produzione, si sta cercando di capire come estrarre CO2 abbastanza “pulita” anche da processi industriali non ancora presi in considerazione, ad esempio la catena di smaltimento dei rifiuti.
[Fonti: www.fdf.org.uk ]


